sabato 18 luglio 2009

il Post-Grillo e i suoi significati

Riporto il fondo di Gramellini di oggi sulla Stampa:


Basta ascoltare qualsiasi elettore del Pd per comprendere che l’affare Grillo non si chiuderà con un cavillo burocratico o un «vaffa» di scherno. Intendiamoci. Grillo è solo l’idolo di una piccola minoranza che si sente il centro buono del mondo: la classica malattia dei drogati di Internet che sopravvalutano la Rete, sovrapponendo la vita che scorre lì dentro a quella reale. Ciò che lo rende dirompente non è quindi lo strumento ma il messaggio, riassumibile in un pensiero semplicissimo: via tutti i dirigenti. Via, perché questo tempo non è più il loro tempo. Grillo è la versione nostrana di Michael Moore, il regista che da anni sbertuccia il Potere americano. Moore ha avuto peso politico fin quando i democratici si affidavano ai Clinton e ai Kerry. Poi però è arrivato Obama. Mica Franceschini e Bersani, emozionanti come un brodino di pollo con contorno di prugne cotte. Quindi il problema non è Grillo.

E’ che qui Obama non arriva mai. Che mentre nel mondo la sinistra conserva il nome e cambia le facce, da noi cambia nome di continuo ma le facce restano sempre le stesse: al massimo i sederi scalano di qualche fila. Si procede per cooptazione, invece che per eliminazione, come dimostra il caso di Debora Serracchiani, che uscì dall'anonimato per aver osato cantarle chiare al segretario ed è già diventata la sua chierichetta. Da liberale all’antica, confesso che Grillo e Di Pietro mi fanno un po’ paura. Però riconosco che il credito di cui godono, anche presso chi non li ama, esprime in modo sgangherato il sanissimo desiderio di sparare finalmente sul quartier generale

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